Quanto inglese c’è nell’italiano: la politica

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Inglese nella politica italiana

Dopo il nostro precedente articolo, basato sull’influenza esercitata dalla cultura anglo-americana (inglese e americana) sugli usi e costumi dei cittadini italiani, oggi vorrei analizzare una questione lievemente più complessa. Mantenendo il topic (o meglio il tema, l’argomento) del testo precedente: l’uso dell’inglese in Italia. Concentrandomi questa volta sulla politica italiana, con particolare riferimento agli speech (quindi interventi, discorsi) dei nostri rappresentanti.

Termini principali

Inizierò esponendo un elenco, ricco ma chiaramente non onnicomprensivo, dei termini inglesi più usati nella politica italiana.

E quindi: jobs act, exit poll, stepchild adoption, welfare, premier, leader e leadership. Bipartisan, spread, bound, election day, task force, team e best practices. Flat tax, new deal, lockdown, plastic tax, spending review e sugar tax.

Potrei fare molti altri esempi ma credo che questi possano essere sufficienti per fornire una panoramica della situazione attuale. Molti di questi termini sono ormai entrati nel linguaggio comune, ma non sempre, come vedremo più avanti, i cittadini hanno realmente le idee chiare a riguardo.

Possibili equivalenti italiani

Passerò ora a fornire dei possibili equivalenti in lingua italiana, meno internazionali probabilmente, ma sicuramente più chiari a un numero maggiore di elettori.

Parto quindi dal jobs act, o semplicemente legge sul lavoro. Di questo si tratta, in qualsiasi lingua la si voglia chiamare. Gli exit poll non sono altro che sondaggi, effettuati solitamente nel corso delle elezioni, per conoscere in anticipo le preferenze degli elettori. Continuiamo, la stepchild adoption regolamenta l’adozione del figlio del proprio partner, ecco tutto. Le best practices sono le pratiche migliori, quelle più funzionali.  

Non mi prolungo oltre sui possibili traducenti italiani, esistono per tutti gli esempi citati sopra. Inoltre, la lingua italiana è aperta ai neologismi (si veda il famosissimo caso dell’aggettivo “petaloso”), quindi nessun problema nel caso in cui il termine inglese non trovasse un riscontro nell’ampio dizionario della lingua italiana, potremmo coniarne uno nuovo, arricchendo così il nostro lessico senza prendere in prestito parole straniere.

Riflettiamo…

Termino questo mio testo con due riflessioni, secondo me rilevanti.

Punto 1. Subiamo spesso il fascino esercitato dalle potenze, o semplicemente dalle nazioni, continentali e d’oltre oceano. Noi italiani tendiamo spesso a considerare come “migliori” le altre culture, specialmente e anzi quasi esclusivamente, quelle occidentali. Diciamolo chiaramente, non è così. All’estero non è sempre meglio, non tutto è oro quel che luccica. Ogni nazione, ha le sue peculiarità, e ogni stato ha i suoi pregi e difetti, concentriamoci sulle nostre qualità prendendo spunto da chi riesce a far meglio di noi.

Punto 2. (il più pericoloso) Un popolo ignorante è più facilmente governabile, questo è ormai assodato. Utilizzare nomi, titoli e identificativi in lingua straniera, non sempre pienamente comprensibili, potrebbe essere un modo per direzionare gli elettori verso una corrente di pensiero piuttosto che un’altra? Spero non sia così, ma resta che utilizzando la nostra tanto amata e maltrattata lingua potremmo capirci tutti meglio, e per informarsi, in caso di lacune, basterebbe un buon dizionario.

Viva la diversità, viva l’identità.

Stefano Gaffuri

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